30 marzo 2014

Ormoc, Filippine (senza PEEErO)

Mi sorpendo ogni volta, come fosse la prima. Cambiano circostanze, luoghi, persone ma non quello che sento. La paura folle di un posto nuovo, la tentazione di lasciar perdere ancora prima di partire, la voglia che quel volo verso un posto lontano duri il piu’  possibile per poter continuare a fantasticare al finestrino di un aereo davanti a cibo improponibile. Poi quel desiderio incontenibile di salire, appena atterrato, sul primo volo che mi riporti indietro. Scusate, scherzavo, torno a casa col mio bagaglio di nuovi ricordi e via.
Ma poi mi accorgo che i ricordi ancora non ci sono e allora all’angoscia si mescola lentamente adrenalina pura mentre, come un piccolo animale stordito uscito da una scatola dopo ore, curioso di qua e di la, senza convinzione. Poi, matematico, arriva l’impaccio di rimettermi in gioco professionalmente, di indossare la maschera migliore per il primo incontro col capo di turno. E infine, a cascata, la voglia di andarmene definitivamente, gli auto-insulti per non essermene stato a casa lontano dai riflettori, l’ansia che sale, la diffidenza verso tutto e verso tutti. 

E infine, di colpo, senza nessun preavviso, le cose che cominciano a funzionare, le persone che si rivelano, il Paese che mi si apre. I nervi si distendono, la voglia di imparare e di conoscere, nonostante le solite crisi di solitudine. Mi risveglio nuovo, con un ruolo nuovo e con migliaia di situazioni nuove. Ammetto che la voglia che arrivi questo momento e’ sempre la stessa, ma l’ energía no, quella e’ cambiata nel tempo. Ai momento di entusiasmo puro per quello che sto per vivere o gia' vivo si alternano sempre piu’ spesso nubi, seri dubbi di stare perdendo tempo, di non concentrarmi su le cose che contano sul serio. Spesso mi arrabbio, mi sento ancora in fuga e l’ entusiasmo soffoca un po’. Non e’ niente di nuovo, tutto questo c’e’ sempre stato, ma la frequenza di questi momenti “no” e’ cambiata. Anche qui, che sapevo fin dall’inizio che era una situazione temporanea. Sono oramai due anni scarsi che sono ri-partito da Stoccolma, da allora molto girovagare, come in astinenza di situazioni vere. 


Ma sotto sotto sotto la necessita' di cercare qualcosa di diverso sia da Stoccolma che da mondi lontani, la tranquillita’ nel giudicare queste uscite come estemporanee. Sto cercando di costruire una nuova realta’, qualcosa di fattibile, che possa sentire mio, qualcosa di interessante, stimolante ma soprattutto promettente dal punto di vista personale. Non parlo di lavoro, non solo di quello, pero' quello certo ne e' parte. E nel frattempo che le cose facciano il loro corso mi sembra naturale non starmene seduto a casa ad aspettare.  Alzarmi e imparare, annusare. Sono venuto qui con l idea di fermarmi 5-6 settimane e cosi sara’. Ancora poche settimane e torno a casa, pero’ nel frattempo mi sono appassionato sinceramente a questa gente e a questa avventura. E ritorno volentieri a finire quello che ho cominciato a maggio, per un altro paio di mesi visto che me lo hanno chiesto. Poi si vedra’, ci sono tutte quelle cose che potrebbero succedere, serenamente attendo, senza ansie. Sono privilegiato in questo, lo so. Non ho una famiglia e posso fare scelte cosi’ estreme e egoiste, ma sul fatto che questo sia effettivamente un privilegio se ne potrebbe parlare a lungo…

Sono arrivato senza troppe pretese a fare un po’ di epidemiologia e di prevenzione per possibili epidemie in questo posto che lentamente si sta tirando su dopo quel terribile tifone. Sono venuto senza troppi pensieri e senza immaginare niente di particolare se non finalmente lavorare in Asia, per la prima volta.
Ma a poco a poco mi sono ritrovato sempre piu immerso nel lavoro, in senso positivo. Mi hanno chiesto di piu’, non me lo sono fatto ripetere, e piano piano ho assunto un ruolo meno tecnico e piu’ di coordinativo. E mi piace, mi sento a mio agio a creare situazioni e legare con persone per lavorare assieme, mi piacciono moltissimo i Filippini, mi piace quello che faccio, e sono stranamente quasi privo di ansie: quando non so fare una cosa mi ci metto sotto, chiedo, poi imparo  e metto via. Lo so che non e’ quello che avevo pianificato, lo so benissimo che non e' quello che voglio fare, non ora almeno, e per questo non voglio spingermi troppo.  Ma mi sta facendo bene e soprattutto mi sembra una continuazione naturale di quello che e’ successo in Sud Sudan, professionalmente parlando, ma forse anche personalmente. Un percorso a scalare.


E poi c ‘e tutto il resto, c’e’ che e’ bello sentirsi bene in un Paese, sentirsi accettato, ci sono molte persone con cui confrontarsi serenamente.  L’energia, dicevo, quella a volte manca e mi ritrovo senza accorgermene in albergo alle 6, buttato a letto che cerco di spengnere la testa e che mi chiedo "ma che ci fai qua, jas. Ma che cosa ci eravamo detti?!" Senza sgridarmi troppo, in verita’.  Anche perche’ poi il Paese e’ meraviglioso e se prendo la bici e vado a farmi un giro con Vojtec o per conto mio mi dimentico quasi di colpo delle mille idee e anche della fática di certe situazioni non proprio facili. La testa si svuota, non penso piu a “dove saro’ fra 3 mesi? E’ possibile non saperlo a 40anni???!!”. E vado via sereno, guardando un cielo che piu’ azzurro non si puo’, sorrisi ovunque. Sara’ anche che vengo dal Sud Sudan, ci ho pensato molto: a parte attitudine  e forza delle persone,  c’e’ anche questa cosa di avere ancora nella testa il Sud Sudan, un confronto che fa sembrare qualsiasi ostacolo, qualsiasi problema, affrontabile. Non dico risolvibile, ma affrontabile. Una grande differenza, ti viene voglia di farti in quattro.

Le Filippine sono una sorpresa, sincero. Non avevo nessuna sensazione particolare al pensiero di questo Paese prima, una sorta di indifferenza immotivata da posto lontano “che sara’ come gli altri paesi del Sud Est Asia”. Sono bastate poche settimane per cominciare a definirne i lineamenti. E' questo il momento piu’ bello. 
Ormoc ‘e ora "la mia nuova casa per un po’”. Piccola cittadina adagiata sull'acqua, mi ha acccolto benissimo. Sono quasi solo qui, il resto della truppa OMS e' a un paio di ore, nella mitica e purtroppo disastrata Tacloban. Ma dopo qualche settimana di su e giu mi sono definitivamente stabilito qui. E’ piu’ facile coordinare le attivita', si entra in contatto con le persone e le situazioni in un attimo, senza doversi preoccupare di viaggi, telefonate e mail improbabili. E soprattutto le forze ritornano rapidamente e davanti alle difficolta’ di un ruolo che non pensavo di poter coprire, e che copro per come posso, mi riprendo con qualche soddisfazione personale e molto dialogo. E poi devo essere sincero, sapere che i miei piani non sono qui a lungo, che posso vivere questo momento per quello che e’, per un momento di passaggio, aiuta . E allora per assurdo mi rilasso anche lavorando molto. Un lavoro fatto di visite, di centri di salute da ricostruire, di dengue da contentere, di zanzare da saper riconoscere e contare, di documenti da scrivere, meeting da coordinare, di sorveglianza da implementare. Un lavoro mio. 

Ma soprattutto un lavoro fatto di persone da incontrare, di gente come Elsie, per esempio, questa ragazza che qui copre praticamente i ruoli che in qualsiasi posto in Italia coprirebbero in 20 medici/infermieri diversi. Senza fare una piega, con energia  e sorriso. Mi rilasso ai ritmi che comunque sono i miei, mi organizzo le giornate. Ma mi rilasso anche perche conosco un mondo nuovo, gente che mi racconta con una certa ansia i terribili momenti di qualche mese fa. Ma gente a cui racconto anche tanta Italia. E quando vedo i ragazzi Filippini che magari sono venuti a lavorare qui come me per qualche mese, ma da altre parti del Paese, quando li vedo sorridere e guardarmi mentre cucino una pasta e apro una bottiglia di bianco per loro come se stessi cucinando un cinghiale aromatizzato, quando succede quell' incontro magico, mi sento di nuovo e per qualche attimo la persona piu’ fortunata del mondo. Mi manca ancora moltissimo per esserlo, anni luce direi, lo so, ma ho anche molto e non voglio dimenticarmene. 


Mi intriga tirare ad indovinare qualche frase di Filippino con Precious, con Bovi e Red, con Rowena. Ed e’ un boato quando con un po’ di fortuna metto insieme una frase di mezzo senso combinando parole spagnoleggianti e suoni orientali sentiti e risentiti in questo mese volato via.E scatta l' applauso felice quando, non capendo nulla durante una discussione, mi inserisco con un “PEEEEEErO”,  parola che loro mettono spesso a meta frase, in una divertente cantilena di alti e bassi, di frasi mezze positive e poi mezze negative. E scolo la pasta fra l entusiasmo, entusiasmo per una semplice pasta al pomodoro, spesso scotta, preparata circondato da occhi curiosi, neanche stessi operando qualcuno, li sul tavolo di cucina. Lo so che questo posto non sara’ mio a lungo….PEEEEEEErO mi godo un altro viaggio e mi preparo a  quello che verra’ senza patemi. Ovunque sara’ fra i posti che ora immagino come possibili andra’ bene, saro' contento. Senza “PEEEErO”.  

10 novembre 2013

Lui, Sud Sudan (ragazze in città)

Le ragazze sono andate in città. Questa mattina Donata, Laura, la Meri e la Fra sono scese a Juba. C’è anche la Loyce con loro, la matron locale dell’ospedale, che credo abbia approfittato della macchina verso la capitale. E poi ovviamente David, che guida senza sosta da qualche tempo a questa parte. Detta così sembra un’ allegra macchinata di donne che scendono a fare shopping in città ma purtroppo per loro (o forse per fortuna conoscendole..) Juba ancora non si presta ad esaltanti gite di questo genere,e  già immagino i disagi a trovare da dormire da qualche parte fra il minuscolo coordinamento CUAMM e gli improponibili alberghetti che stanno spuntando come funghi senza logica e con prezzi a caso. La città è ancora una cozzaglia di costruzioni che si ergono su strade il più delle volte sterrate e bucate . Ma la strada principale asfaltata, con le sue belle rotonde folcloristiche e il disastro di macchinoni e moto, questa strada si che cresce senza sosta, e si allarga sempre più nella campagna per poi sparire all'improvviso dietro una cunetta. Sempre qualche metro più in là dell’ultima volta, o almeno così sembra. Si, insomma, alla fine Juba proprio per ora non attira noi campagnoli, certo, è un piacere dopo mesi di isolamento (volontario..) arrivare in un posto dove in fin dei conti puoi uscire a mangiare indiano o cinese prenderti due patatine, o andare a berti una birra in un locale con un po’ di musica, ah il mitico Anime…

In verità è impagabile la botta di vita in confronto al totale nulla di Lui e dintorni, però sono sempre 4-5 ore di macchina, e a nessuno è venuta ancora la tentazione di passare un fine settimana appositamente da quelle parti. Però se le cose migliorano ancora un po’ e magari i tempi si accorciano anche solo un pelo non è poi un’idea cosi assurda, anche perché comunque le alternative sono nulle per brevi soste, nel senso che se uno vuole uscire da qui per qualche giorno..questo c’è. Ma per ora si tratta di gite con qualche finalità lavorativa, e la fuga delle donne di questa mattina non è un eccezione. Rimane qui Eunice, la ragazza Ugandese che lavora in amministrazione con noi, ma lei durante il weekend sparisce.E quindi eccoci qui, noi masci. Paolo, Antonio, Enrico ed io, rimasti qui ognuno con le sue cose da preparare o seguire, o semplicemente qui a non fare nulla, alla fine è sempre domenica oggi.C’è pure Henry, un chirurgo olandese di passaggio dall'aria bonaria, e in generale una certa tranquillità intorno. Io fra qualche giorno vado a Yambio, la capitale dello stato Western Equatoria, c'è l'incontro trimestrale delle dieci contee e le ONG che ci lavorano, trimestrale..veramente non ci vediamo da Maggio, ma la pioggia qui comanda e non si poteva fare diversamente.

Mi aspettano 8-9 ore di macchina e un pò di quelle situazioni che ho un po’ imparato già a fare mie, lunghe discussioni con le autorità, la presentazione dei dati, ma anche pranzi interminabili nel giardino dell alberghetto dove ci troviamo con tutte le autorità e poi serate sotto le stelle. Sperando di non passarci anche le notti, visto che ultimamente non sono stato molto fortunato a trovare da dormire da quelle parti..E come al solito ci sono poi tutti i momenti morti, che a me proprio non piace chiamare cosi ma che non saprei come definire diversamente. Il lungo viaggio, la sera sotto la zanzariera lontano da casa, i momenti in veranda ad aspettare che si cominci a parlare tutti assieme con gli invitati. Sono momenti che mi godo molto, mi sembra sempre di avere un sacco di tempo per fare cose che a casa, o in Svezia per esempio, erano puro lusso. Pensare, leggere, scrivere.A volte mi sorprendo ancora dopo aver magari letto un’oretta di avere ancora un’altra ora per scrivere una mail da mandare chissà quando, se trovo una connessione, o scarabocchiare sulla Moleskine.


Non mi riesco ad annoiare, certo, mi spaventa l idea di rimanere a lungo in un contesto simile per mancanza di abitudine, e credo che alla fine in un certo modo sia troppo tempo pe se stessi e c’è sempre il pericolo che si ricominci a pensare troppo. Ma in verità basta organizzarsi e magari mi porto dietro 3-4 film che non ho visto in questi anni che correvo come un pazzo dietro a deliri lavorativi. E mi godo anche questo. All’ inizio era difficile accettare di avere tutto questo tempo, sentivo dei terribili sensi di colpa, ma alla lunga si supera la sensazione. Però è incredibile che si provi colpa per non produrre, non fare. Questo è chiaramente un effetto collaterale di tanti anni di una certa cultura.Non dico che sia bello oziare, dico solo che non c e niente di male a non fare un cazzo se ho fatto tutto quello che dovevo fare e ho un momento anche lungo per me, diciamo  vuoto. Ma vuoto poi perché, anzi, è un momento pienibilissimo,  che posso riempire a piacimento.Certo, qui è semplice, le interazioni sono minime, e soprattutto quando sono in viaggio o sul campo possono passare giorni senza incontri, a parte quelli sul lavoro concentrati in specifiche ore. Poi mi godo il vuoto non vuoto, lo faccio ora.


Però ammetto che in un certo senso è anche uno spreco, a volte mi sembra di perdere tempo, mi sembra che se fossi altrove potrei fare questo e quello, potrei approfondire quella relazione, parlare con quella persona, chiedere quella cosa a qualcuno , fare quella cosa assieme. E’ un paradosso, godo di questi momenti ma imparo forse anche ad apprezzare quelli che non posso avere ora, che so già che mi sembreranno semplice routine una volta  a casa fra 6 settimane circa. Se questa testa a volte vivesse una cosa alla volta e si concentrasse solo su quello che è, senza assillarmi con tutto quello che non è allo stesso identico tempo. Però non soffro la cosa, la constato.Intanto ieri ho parlato con mio nonno via skype, lui che sta la dove non sono e mi aspetta. Ogni volta mi chiede quanti giorni mancano, io ora gli rispondo anche, come un carcerato: 43, 42..come se mi pesasse stare qua. In verità non mi pesa affatto, però il gioco è cominciato così  e mi fa sorridere pensare che lui mi immagini a fare tacche sul muro.


Vede l’aspetto professionale della cosa, dice che quest’anno in Africa mi farà bene per il curriculum ma forse pensa che io stia soffrendo…beh, io spero che abbia anche intuito quanto bene mi stia facendo da un punto di vista personale e forse in fondo vuole solo che sia più vicino, certo, anch'io  Però io non mi sentivo cosi in forza da almeno 3-4 anni e non mi manca per niente il novembre europeo. Comunque vada a finire dopo qui, spero di continuare la tradizione di novembri lontani da casa, perché proprio è un mese che non si può vedere dalle nostre parti, li in Padania…però mi piacerebbe esserci sempre quando a fine mese lui, mio nonno, fa gli anni. Purtroppo non sarà questo il caso quest’anno, ma ne farò la mia eccezione. Opa ha la voce rauca e un maglione grosso, mi invidia la maglietta a maniche corte e una certa abbronzatura, dice, che io temo sia terriccio ma non glielo dico. O forse è proprio così banale, forse è proprio il sole, questo sconosciuto in Svezia, che mi sta riportando in forza. E’pazzesco essere passati da una situazione in cui la sua presenza è totalmente optional, una vaga secondaria comparsata, a una in cui è presenza fissa, anche nella peggiore delle giornate di pioggia da stagione umida. Si sa già che, tempo massimo qualche ora, torna violento e vitale come prima. A ridare vita. 



E questa certezza mi mette sempre di buon umore.  Vuoi mettere con la sensazione di quanto, a Stoccolma in pieno luglio, mi svegliavo magari una domenica  alle 9 e scoprivo che c era il sole  e mi incazzavo che avevo dormito cosi a lungo (?!) e mi fiondavo fuori a fare un giro in bici senza neanche fare colazione, ossessionato dal senso di caducità  solare, se ne va se ne va presto.. e infatti se ne andava. Che palle, lasciateci il sole senza tante storie, che ne abbiamo tutti bisogno.  Solo chi lo ha veramente desiderato per anni bui e freddi come i miei ultimi svedesi può capire la sensazione di sicurezza che può dare svegliarsi la mattina con la certezza di incontrare il sole prima o poi durante la giornata.  Ora però è già sera e si è già allestito lo spettacolo stellare solito, una cosa pazzesca.  Le “ragazze” saranno arrivate? Dipende dalla strada, ma se fosse già immagino una certa frenesia a pianificare i prossimi giorni in città, per noi esclusi dal Mondo ci sono milioni di cose da fare e comprare a Juba in poche ore. Spero che tornino con almeno un paio di avocadi e manghi , che non se ne può più di mangiare riso e fagioli.  Già assaporo la mia gita a Yambio fra qualche giorno, li si che tornerò di sicuro carico dei famosi ananas di Maridi  sulla via del ritorno. E magari pure qualche passionfruit se capita. Il sole, un ananas, il tempo da riempire a piacimento, un lungo viaggio in macchina durante il quale pensare ai fatti propri, piccole cose insignificanti di cui si impara ad apprezzare l’esistenza in questo posto. Un motivo in più per essere contenti di esserci, anche oggi che senza le "ragazze" c’è fin troppo tranquillità. Domani sole a quanto pare, prima o poi.

28 ottobre 2013

Lui, Sud Sudan (festivalbar e champions)

E alla fine è arrivato anche il fine settimana che passavano i “cantanti” e tutto si è risolto in un attimo di dolce follia. E chi si chiedeva da tempo se la  missione "nome-in-codice-festivalbar” ci avrebbe sconvolto l’ esistenza forse sarà rimasto deluso ma non può negare che sia rimasta nell'aria quella sensazione piacevole e serena che ancora si sente  a distanza di una settimana. Chiaro, dipende anche dal grado di coinvolgimento individuale, alcuni di noi erano più preoccupati per eventuali interferenze sul lavoro che emozionati.Io però devo essere sincero e, quindi sinceramente parlando, dico che, anche se avessi potuto scegliere, non penso avrei fatto meglio.Cioè, fa piacere incontrare tre cantanti che, un pelo più grandi di me, mi hanno accompagnato negli ultimi 15 anni almeno di viaggi in macchina, letture, giornate pensierose e momenti qualunque, sono state presenze quasi continue. 

Inutile dire che per me era un arrivo non indifferente: in uno scenario immaginario, una sorta di scenografia musicale del mio passaggio dai 20 ai 40 anni penso che mancassero giusto un paio di nomi, che ne so, samuel dei subsonica ed erriquez della bandabardo...poco altro. Beh,  ovviamente Dalla e Battisti, ma che lo dico a dire. 
Mi riferisco alla musica che ho cominciato per vari motivi ad ascoltare ai tempi dei primi rigurgiti di libertà e che non ho mai smesso di portarmi dietro. Molti altri artisti, molti altri pezzi  mi ricordano precisi momenti solamente, ma gente come gazze, fabi e silvestri l'ho portata con me ovunque, spostandoli faticosamente da cd a computer a mp3. ..Il punto è che qui venivano gazzè, fabi e silvestri, e non le loro canzoni, non il loro essere cantanti, ed è stato strano fare questo passaggio mentale. Non si trattava di andare ad un loro concerto, si trattava di vedere arrivare tre individui che venivano a conoscerci e conoscere il lavoro che facciamo. Non mi soffermo qua sull'aspetto formale della cosa in quanto non rappresento che me stesso in questi pensieri, ma non posso non dire che a mio modo ho avuto piacere fossero qui fin dal primo momento, perché sono spuntati dal nulla ed erano semplicemente come pensavo che fossero, tre amici in viaggio, in vari sensi. 

E perché hanno fatto una cosa che ho apprezzato, sia per loro, che per noi, che per altri spero.La sera prima dell’arrivo, io la meri e la fra ci siamo messi a guardare un film di qualche anno fa, basilicata coast to coast, per abituarci all’idea di vedere girare in cucina max. Esilarante l’impatto con una persona così diversa dal personaggio quasi fiabesco di quel film..max mi è sembrato un pazzo furioso nel senso migliore e spero si goda la sua splendida follia e la sua esplosività ogni giorno nella sua musica come in altre cento cose che sicuramente tirerà fuori; per fabi io ho sempre avuto un debole per musica e pensieri, sarà una certa tendenza a guardarsi dentro, una certa necessità di descriversi, ma sapevo già che mi avrebbe lasciato di buon umore, una questione di frequenze di pensiero, credo, può succedere con un amico di sempre come con uno che non sa neanche chi sei, succede;  



Silvestri infine per me è semplicemente un grande musicista, uno che mi ha dimostrato di poter esprimere tutto con la musica e divertirsi sempre, non c’è una sua canzone che non traspiri gioia, e ricordare con lui quel concertino vent'anni e passa fa dalle parti di Abano, quella volta in quella piccola birreria sulla statale, lui agli esordi, io e damiano totalmente fuori controllo come periodo e teste,  questo ricordo è stata semplicemente un'onda di piacere.  Tutto qui, non dico nulla sul cuamm e sulla loro visita in senso ufficiale, faccio finta di averli incontrati al supermercato e che per qualche motivo curioso (blackout nell' ascensore del parcheggio? valanga improvvisa?) mi sia fermato a chiacchierare e berci un paio di birre.Tutto il resto, perché sono venuti qui, cosa gli abbia spinti e cosa hanno trovato, che significa, resta loro e solo loro, ma covo la speranza che possano condividerlo non solo fra loro ma anche con le loro persone importanti, fino a raggiungere magari chi li ascolta ogni giorno via musica.In modo da avvicinare più gente, e ognuno con la sua sensibilità e i suoi tempi, a questo meraviglioso continente, che appare sempre a tutti così disperato e sfigato, ma che in realtà ha solo bisogno di un po’ di supporto e di guida amorevole. E pazienza, per tirarsi su in piedi in qualche modo. Spero anche che, sotto sotto, sia passato loro il messaggio che qui non siamo tutti missionari, che ognuno di noi ha la sua storia e motivazione per dare una mano, ognuno per come può, col suo piccolo o grande contributo, ognuno per quello che sente e ce la fa in un momento preciso della sua vita, e ognuno per il tempo che sente di dare. 



Non ci sono marziani bianchi qua, ci sono persone. C’è bisogno che tutti si avvicinino senza paura a qualcosa che dovrebbe far parte della vita di ognuno, c' è bisogno di non girarsi dall'altra parte. E questo non vuol dire mollare tutto e venire qui per sempre necessariamente a fare i "santi", semplicemente non tirare sempre dritto. Perché le cose cambiamo e basta stare un anno fermi in un posto qualsiasi dell’Africa e cercare di fare qualcosa per vedere tanta difficoltà, tanta resistenza, per percepire la sensazione di una battaglia persa molto spesso, ma anche per sentire sulla pelle che le cose in verità, se le guardi a qualche metro di distanza, stanno vertiginosamente cambiando.E se dai dieci magliette da calcio a un gruppo di ragazzini non solo li fai strafelici ma li avvicini incredibilmente ai bambini di qualsiasi posto del mondo e ti accorgi che le persone qua, partono da zero, si, ma hanno una voglia di cambiamento quasi inarrestabile. Va bene, forse la pazienza è poca, ma si può capire, c'è voglia di coprire i gap in fretta, si può non capire questo?! La gente qua comincia a rendersi conto di un Mondo diverso lontano da qui, l’Africa corre, a suo modo, ma corre. Almeno nei pensieri della gente. 

Guardo questi ragazzini correre come ossessi a piedi scalzi dietro un pallone, con le magliette fiche nuova arrivate da Padova, sentirsi i giocatori che vedono al mercato in quel vecchio televisore al sabato pomeriggio, durante le partite di Premier, li guardo e vedo un’energia e una convinzione che faccio a fatica ad immaginare chiusa in questo campetto per sempre. Questi posti saranno totalmente diversi fra dieci anni, lo vogliono troppo. Il più bel festivalbar di sempre (ma c’è ancora?!) e il miglior esordio possibile nella locale super locale champions under 10 per la neo squadra del Lui Lato Sinistro della Strada (Lui East FC) .. Vittoria importante contro i ragazzi dell altro lato della strada (Lui West FC), 3-2 sofferto e forse non limpidissimo (rigore dubbio concesso da arbitro in totale delirio di potere, 13 gialli e 31 fuorigiochi fischiati a bambini perplessi). Già si parla ai banchi del mercato di sudditanza psicologica  da maglietta fica, il Lui West giocava con le casacche azzurre da allenamento (ho scoperto recentemente da un film che si chiamano “fratini”)  e si sente defraudato.La folla lato sinistro della strada reclama maglie altrettanto fiche,arriveranno presto, spero.  Basta pensarci, la salute non si definisce più semplice assenza di malattia da tempo, la salute è benessere fisico, ma anche psichico e sociale. E non servono solo dottori, serve non girarsi, servono anche magliette e sorrisi. E festivalbar e champions locali, in abbondanza.  




  

20 ottobre 2013

Lui, Sud Sudan (Jesus is my final answer)

C’è il mitico Alvance seduto in aula che mi guarda che sbircio da una finestra. E’ strano rivederlo dopo tutto questo tempo, non ha la usa meravigliosa maglietta “Jesus is my final answer” ma lo sguardo è sempre quello, quella miscela intensa di attesa, agguato e tenerezza. Mi ha fatto impazzire molte volte, lo guardo e mi dico che sicuramente avrà perso o venduto la vecchia macchina fotografica che gli avevo lasciato per fare un po di pratica, lo guardo e già immagino i casini in cui mi metterà nelle prossime settimane quando cercherò di lavorarci assieme.Ma sono  felice di vederlo, mi sembra pure in forma,  con quel suo aspetto un po’ trasandato da giocatore di carte nel bar sotto casa.E’ sempre lui, sempre in carica, è ancora il mio uomo, quello che rappresenta praticamente da solo e forse suo malgrado l’autorità sanitaria locale qui nella Contea.

E mentre lo guardo ripenso a tutti i giri pazzeschi fatti assieme in macchina alla ricerca di centri di salute dispersi nel nulla fino ad ora, senza di lui non avrei combinato nulla e soprattutto non avrei capito niente. Dietro quell'aria un po’ sperduta di arzillo vecchietto in vacanza parrocchiale c’è una persona sveglia, intelligente. Una persona forse un po’ confusa nell'odierna situazione, in tensione fra volere fare e rassegnarsi ad aspettare non è bene chiaro cosa.  Soprattutto una persona con una storia, e per cui ho profondo rispetto. Certo, tante volte sono stato ad un passo dal mandarlo a quel paese, quando lo trovavo magari ciucco o quando si eclissava per settimane mandando a rotoli lavoro pianificato, ma non mi sono mai riuscito ad arrabbiare sul serio perché in fondo è un attimo ricordarsi di dove si è ed è un secondo uscire dalla fuorviante ottica che ci portiamo dietro: questo è un posto che ha bisogno di tatto e di un briciolo di comprensione in più. I suoi vispi occhi ora mi seguono con più convinzione, mi deve aver riconosciuto.Probabilmente non era totalmente convinta, si sa, questi cawagia si assomigliano un po’ tutti e poi io sono svanito nel nulla per mesi. Ora è
sicuro, lavoro assicurato per un  po.

Lui lo sa che io senza di lui non vado da nessuna parte, mi sentirei un cretino a girare visitando i centri di salute come in un’improbabile caccia al tesoro stile safari. Invece girare assieme vuol dire entrare in questi piccoli mondi in punta di piedi, fra amici. Chiacchierare amichevolmente con operatori sanitari spesso vicini alla disperazione, tormentati fra la voglia di fare bene il  lavoro e una reale  mancanza di risorse, conoscenze, medicinali, spesso anche strutture che non sprofondino nel fango alla prima pioggia insistente. Beh, quando arriva Alvance, con quel suo sorriso contagioso e quell'entusiasmo  quando incomincia a fare il suo discorso gonfio di orgoglio e ottimismo a tratti quasi ingiustificato sul futuro del Sud Sudan ora che stiamo finalmente cominciando a lavorare tutti assieme, quando  abbraccia tutti con quel suo contagioso entusiasmo ho come la sensazione che le persone che incontriamo non gli credano fino in fondo, ma almeno per un’oretta, il tempo che durano  le nostre visite, si sentono importanti e si immaginano solamente un futuro migliore.

Che io auguro a tutti di cuore perché molte volte basterebbe veramente poco per rendere la loro esistenza più dignitosa e il loro  contributo possibile.Io e Alvance abbiamo pianificato visite trimestrali a ciascuna della ventina di health facilities e vogliamo scrivere un dettagliato dossier con tanto di report fotografico relativo alla situazione di ognuna in termini di strutture, latrine, inceneritori, sistemi elettrici, servizi di trasporto, acqua, servizi sanitari assicurati, distanze dalle altre strutture, principali problemi di salute, aree geografiche servite, situazione dei parti etc etc..Un lavoro infinito che infatti probabilmente non finiremo mai, ma che sta creando una certa complicità di cui difficilmente dimenticherò, ma quando mai mi ricapita! Intanto finisce la lezione, si tratta di un mini corso organizzato in questo caso dal nostro chirurgo sul tema gestione medica delle ustioni, corso al quale ovviamente Alvance si è praticamente autoinvitato come “autorità sanitaria”, il target ufficiale sarebbero solo gli operatori sanitari  di Lui e di quattro centri sanitari periferici, ma lui è sempre benvenuto, almeno da parte mia. E non mancano i discorsi di apertura entusiastici che mettono di buon umore tutto.

Finisce dunque la lezione e Alvance mi viene rapidamente in contro. Mi sento un po a disagio ad essere cosi “importante” per lui, io piccolo bianchetto qualsiasi, lui che potrebbe raccontarmi storie di vita per ore.

La conosco anche questa sensazione e so che svanirà presto, so già che, come Alvance aprirà bocca cercando di dirmi in pochi secondi milioni di nuove idee su cose da fare assieme, mi tornerà in mente che alla fine il nostro è un rapporto di lavoro molto più alla pari e meno sbilanciato di quanto potrebbe sembrare.Abbiamo bisogno uno dell’altro, la sua esperienza, un po’ di senso pratico da parte mia, la sua umanità, il suo carisma, un mio minimo piano d’azione, le schede informative da preparare assieme, i corsi da organizzare in complicità, si, insomma, siamo una squadra anche noi.

E lo so che alla fine sono io quello che mette la macchina, la moto, la benzina e qualche soldo per i pranzi, gli spostamenti e le diarie, ma non c’è questa sensazione una volta che partiamo in macchina la mattina all'alba. E io faccio di tutto, spesso inconsapevolmente, per farlo sentire quasi il “mio capo”, è lui l’autorità, ci mancherebbe. E ben venga se poi alla fine, durante gli interminabili spostamenti in macchina, finiamo a parlare di tutt'altro  dei suoi sogni di futuro da politico, di cibo italiano e birra ugandese. Poi come arriviamo al villaggio del giorno scendiamo e siamo già in azione.E pazienza se ogni tanto lui si porta un accompagnatore non meglio specificato, per conto mio è lui a decidere e se serve un “consulente” non c’è problema. Fra l'altro con il passare del tempo questi personaggi si sono ridotti sempre più, deve aver capito da solo, si è autodisciplinato. Certo, poi le cose non sono perfette e sinceramente tremo all'idea di non vederlo arrivare la mattina del 28, il giorno che ricominciamo a girare per i villaggi, pioggia permettendo.



So che potrebbe sparire di nuovo ma se succedesse che posso fare, sbaglia. E si sbaglia tutti. Ho sbagliato io milioni di volte, magari mascherando un attimo meglio di lui, ma sempre sbagli sono. Anche se così evidenti non sono più gravi di altri. E lo aspetterò.In verità non vedo l’ora di ripartire con lui e rituffarmi in quel bagno di gente. E mentre lo saluto all'uscita dall'aula, mi stringe il braccio con quella presa fibrosa e mi racconta l’improbabile storia del telefonino finito nel fiume, e ora come si fa doctor? Come facciamo a lavorare assieme? Cerco di fargli capire che è molto difficile che io trovi un telefono da dargli ora che il progetto sanità pubblica è agli sgoccioli e chissà che ne sarà l'anno prossimo. Mi guarda senza perdere il sorriso e mi mette in mano un foglietto , “una mail scritta a mano” mi dice. Mi chiede ufficialmente come supporto all’“autorità locale” dei gum-boots, stivali da pioggia, visto che ancora piove molto.  Mi da una pacca sulle spalle, mi sorride e mi dice “richiesta di riserva, ok?”. Sorrido anch'io  gli dico che un paio di stivali dovrei trovarli. Gli si accendono gli occhi e mi dice “28 October, doctor, do not forget, we are a team”. E ce ne andiamo ognuno per la sua strada, convinti che scriveremo il più bel libro dell’anno. Mi piace pensarlo e mentre lo penso spero che compaia con quella mitica maglia. 




13 ottobre 2013

Giri e Lui, Sud Sudan (me-time)


Non voglio lasciare questo posto senza rimettermi a scrivere. Non posso immaginare di farmi scivolare questi ultimi mesi senza lasciarne testimonianza, a me intendo. Lo so cosa succede, lo so che appena si passa allo schema successivo si dimentica, senza motivi particolari. Se non forse quello di proteggersi dai ricordi nella convinzione di avere più forza ed energia per la ripartenza. Mi fa sorridere cercare di proteggermi dai ricordi visto che tendo a portarmeli dietro da sempre. Ma forse quest’ultimo anno è stato talmente denso di situazioni, luoghi, persone, piani, fatti, spostamenti, idee che cerco di non accumularli per pensare meno. Scrivere mi costringe a rileggermi e a riportarmi alla velocità della luce al preciso momento in cui quella specifica sensazione si è materializzata, soffusa o decisa. E’ tutto li, senza tanti giri: rileggermi  mi rimette in immediata comunicazione con me stesso e non ci sono più altre cose da dire, strani ruoli, cornici, non ci sono più interpretazioni. La realtà percepita è li che mi guarda e mi permette di mettere ordine in ricordi e sensazioni. Ma allora perché non scrivo più? Ho veramente così tanta paura di quello che sarà, della fine di questa fase di transizione? Forse si, infondo se ci penso solo ogni tanto tutto viene rapidamente risucchiato dal prossimo aereo, incontro, autobus, dalla prossima scadenza.

Una parte di me vuol far credermi di non aver bisogno piu di pensare, mi convince che sono in grado di vivere ogni momento per quello che è, e allora tanto vale aspettare la prossima situazione più definita, da affrontare con tutte le energie, senza troppo dispersione ora.
Ma poi il resto di me mi implora di non dimenticare lo stato di totale serenità ritrovato che respiro durante una domenica come questa in questo posto perso ma familiare in pieno Sud Sudan. Lo so e l’ho sempre saputo che non sarebbe stato questo il posto della nuova fase. Ma rimane e rimarrà sempre il luogo dove ho passato gran parte di questo speciale duemilaetredici , senza tanti dubbi un anno di quelli che hanno fatto la differenza.Come quando ancora ragazzino sono finito in Australia da solo per quei interminabili 2-3 mesi che a me sono sembrati un’eternità, estremamente lontano per la prima volta da luoghi, persone  e certezze, quei mesi che ancora oggi sono convinto mi abbiano plasmato dentro come pochi altri.O come quando all'inizio dell’università sono uscito di casa  a conoscere la voglia di cavarmela e migliorare.


 O come quando appena laureato ho sentito durante il primo viaggio serio da solo in Argentina cosa mi fa stare bene, viaggiare e guardare. E come quando qualche anno dopo sono finito all'improvviso a Washington, in qualcosa di chiaramente molto più grande di me, dove ho affrontato per la prima volta tutte le mie mille ansie, senza vincerle tutte, anzi. Ma rendendomi conto che c’era partita. E ora, quest’anno. Durante il quale ho finalmente capito che sono l’ unico artefice di quello che sono e di quello che ho e che sarebbe un insulto (anzi lo è) alla fortuna che ho avuto accontentarsi e stare seduto sopravvivendo a persone, luoghi e situazioni che non mi appartengono.  O non mi appartengono più, o non ancora. Per assurdo non sono mai stato più tranquillo per futuro e presente come ora. E ne ho veramente pochi motivi, perché nonostante sforzi e accorgimenti sono tuttora in totale balia di incognite quali luoghi, persone, situazioni, e, certo, lavoro. Ma tutto questo non è veramente niente in confronto alla consapevolezza che ho acquistato e che ora mi sto godendo qua prima di ritornare alla realtà. Questo posto rimarrà un simbolo,  fatto di momenti e persone che mi hanno aperto gli occhi. 



Non posso lasciare Mundri East dimenticando le fantastiche sensazioni che mi fanno compagnia durante questa splendida domenica africana. Una domenica fatta di lettura , incontri, giardinaggio, di pallone fino a buio pesto e fino a farsi mancare il fiato, di sole alto e tanta positività. Questo è stato l’anno che, dopo pochi mesi di Africa, ho chiuso con più facilità del previsto ma non senza dolore una parentesi che non volevo comunque per sempre; è stato l’anno di tanta, anche se un po’ frastagliata, Padova; l’anno  dei ri-incontri e di alcuni incontri inaspettati; delle serate a Venezia e in Toscana per festeggiare i quaranta come si deve; l’anno che ho visto probabilmente per l ‘ultima volta la vecchia casetta del Garda; l’anno di quel giro assurdo in Cambogia sognando nuovi orizzonti lavorativi inimmaginabili fino a  pochi mesi fa. Ancora,  l’anno delle partite del povero Padova dopo tanto tempo, l’anno che sono finito in Bosnia a lavorare con i miei colleghi di Stoccolma che di colpo erano solo ex-colleghi, l’anno che ho rivisto con tenerezza di nuovo la Polonia con mio nonno, è stato anche  l’anno molto difficile di Malta.

E’ stato l’anno di nuovi colloqui di lavoro, alcuni incoerenti credo, l’anno del rimpossesso di casa mia, l’anno che sono finito quasi per caso a San Francisco trascinato da una sottile ma insistente vena di follia che mi suggeriva che li dovevo essere.E’ stato per me l’anno della Zanzara, diventata parte fissa, sebbene inconsapevole, delle mie giornate, in qualsiasi punto del pianeta.Ma è stato anche l’anno in cui, nonostante tutto questo, avrei voluto fare di più, come in una grande crisi bulimica dopo troppo tempo di silenzioso deglutire. ‘anno non è ancora finito, lo so, ma è già segnato in senso positivo.  Questo è alla fine soprattutto l’anno del Sud Sudan e di tutti questi volti e nomi che affiorano nella mia testa mentre scrivo. Voglio ricordare tutto, senza paura di pensarci troppo, e farne energia. Con un po di fortuna e con qualche incontro al momento giusto, dubbi praticamente fisiologici vengono sepolti da ondate di energia. Mi prometto di non spaventarmi fra qualche mese se le cose non succedono immediatamente e di ricordarmi di tutto il buono che è venuto intanto.   


17 febbraio 2013

Lui, Sud Sudan (lasciarsi bene)


C’è un silenzio irreale in casa questa mattina, la truppa CUAMM Lui si sta lentamente assottigliando, come previsto. E per fine Febbraio saremo praticamente tutti sparsi, ognuno per le sue cose e le sue case. Fra fine-contratto, vacanze, votazioni e cavoli propri ci ritroviamo a lasciare Lui praticamente tutti uno spazio di non più di dieci giorni. E fa strano, perché in gruppi conviventi così piccoli le singole assenze pesano. Il contributo di ogni presenza, di ogni assenza è forte. Quando torneremo tutti, fra un mesetto circa, sarà tutto diverso. La nuova casa pronta, probabilmente nuovi arrivi. Gli equilibri si sposteranno, forse impercettibilmente, forse pesantemente. E’ strano come si creano in poco tempo relazioni intense in questi contesti. Dico una banalità, ma deve essere un po’ come nell’idea originale di un Grande Fratello, al di là delle conseguenze mediatiche.. mettere assieme persone adulte che non si sono mai viste prima, in un posto senza vie di uscita, ognuna con il suo carico di vita, le sue esigenze, c il suo modo di fare, ognuna con i suoi pensieri che arrivano quando meno te li aspetti e magari non c’è posto per stare insieme a loro da soli per un attimo. Mettere assieme tutto questo è molto più di interessante, è un piccolo esperimento. Vengono fuori gli aspetti più istintivi, più animali di ognuno. E non c’è bisogno di vivere sotto lo stesso tetto, il semplice fatto di condividere un’esperienza in un’area remota senza molte alternative è spiazzante. Se poi si vive pure quasi tutti nella stessa casa…


In verità non è una sensazione nuova. Me ne ero accorto anche in Uganda anni fa. I rapporti umani erano così intensi, in qualunque senso, da sorprenderti. Si crea un’intimità un po’ forzata, forse meglio dire accelerata. Si creano facilmente asti e incomprensioni, tutto è accentuato dalla totale mancanza di filtri sociali, di alternative, di modalità di uscire da una determinata situazione. Credo sia un ottimo esercizio per conoscersi fino in fondo, per capire meglio i propri limiti, magari migliorarsi.
E allora mi ritrovo qui ora praticamente da solo in casa a pensare a questi mesi di convivenza e non posso fare  a meno di sentirmi leggero in quanto solo. Oggi non devo rendere conto a nessuno, leggo, scrivo, non devo mangiare per forza all’una, quasi nessuno si aspetta che si organizzi qualcosa. Ed è vero che io ci sto bene così. Ma è anche vero che mi rendo conto di quanto importante e bello sia condividere e creare queste relazioni. Alla fine è vero, siamo tutti diversi, e ci portiamo il nostro piccolo grande a volte immenso bagaglio, pensieri e aspettative di vita. Ma siamo animali sociali, e detto da me che faccio della possibilità di fuga quasi una religione, detto da me mi fa quasi impressione sentirlo.  Credo che senza questa convivenza inizialmente difficile per me ora non starei così bene, è un piccolo tassello che aiuta a rendersi conto dell’importanza degli altri.  E' bello imparare a rispettare i bisogni altrui in tutti i sensi e non pensare solo a se stessi, finalmente ci sto arrivando. Ho bisogno di stare da solo ogni tanto? Bene, senza essere antipatico lo faccio capire a chi mi sta vicino. Io però devo stare attento e ricordarmi che forse la persona che mi sta accanto ha invece piacere a starmi vicino. E in verità anch'io  anche se non lo so. Quindi se il primo riflesso è magari un giorno farmi i fatti miei resisto alla tentazione, e poi mi sorprendo a stare molto bene. Ci si può insegnare molto, ci si può confrontare e capire molto di più condividendo.Resta il fatto che prendere questa mattina la Senke e andare a zonzo senza dover per forza dire per quanto e dove, questo in un certo senso rimane impagabile e fondamentale per me. Ma non basta più.

Sono contento perché, in aggiunta a tutto il bene che mi sta facendo questo periodo dal punto di vista interiore, in aggiunta al fatto che questo posto mi ha aiutato a liberarmi di tossine malefiche accumulate, in aggiunta al sole che mi da energia, in aggiunta a tutto quello che sto imparando sull’ Africa e sulla sanità pubblica, in aggiunta a tutto il tempo che posso finalmente dedicare a me stesso, in aggiunta al fatto che finalmente la mia testa funziona da sola, in aggiunta a tutto questo sto avendo una grande possibilità di imparare a stare con gli altri in maniera genuina, spontanea e pulita.

Senza tante formalità degli ultimi anni. Sento che mi sto migliorando, e credo che nonostante sia vero che una volta adulti sia difficile cambiare, c’è sempre spazio per piccoli livellamenti . E questo posto, anche se non so e non voglio ancora sapere per quanto, mi sta facendo un enorme regalo inaspettato. 
Questa settimana finisco il giro di villaggi per la survey dell CUAMM per comprendere le barriere (sociali, culturali, economiche…) che impediscono alle mamme di partorire nelle strutture sanitarie e fanno si che si rischi la vita tutti i giorni per la cosa più semplice del mondo, partorire in maniera assistita.
E’ un’esperienza incredibile sentire quanta energia e quanto interesse ci sono quando si comincia a parlarne tutti assieme nei villaggi. Certo, non capisco niente di Moru, e se non ci fossero Noah e le ragazze del team a tradurre e trascrivere tutto sarebbe totalmente inutile. Però l’ energia, la voglia di capire, di confrontarsi di queste donne la percepisco pure io, seduto in disparte. C’è tanta voglia di migliorare anche in loro, è la natura umana per fortuna. Ma serve un aiuto pazzesco per mettere le cose in pratica.  Sarà strano venerdì prossimo rifare lo zaino e buttarmi di colpo queste cose dietro le spalle per un po’ e immergermi nell’ultimo mese di Stoccolma che mi aspetta, per contratto, prima di tornare qui.

Mi ricordo quando ho lasciato Washington, morivo dalla voglia di partire da tempo ma poi nelle ultime due settimane mi sono venuti un sacco di rimorsi, mi sono tornati un sacco di dubbi. Mi dispiaceva sinceramente lasciare persone che pensavo solo conoscenti ma che in fondo sentivo vicine, mi si formava un groppo in gola a passare col Vespone per Adams Morgan o a fare gli ultimi giri in Virginia verso Alexandria con  quella vecchia bici da corsa nera e arancione. So già che a Stoccolma sarà molto ma molto più difficile, perché ad un certo punto, nonostante tutti i limiti e le difficoltà, mi sono sentito veramente a casa. E mi sono affezionato a situazioni, posti e anche ad alcune persone. Spero allora in quei giorni di non dimenticarmi di quanto bene mi hanno fatto questi primi tre mesi di Africa e di come abbia maturato questa decisione con serenità e tranquillità..
Quando tornerò in questa vecchia casa fra Mundri e Juba ai primi di Aprile, quando saremo di nuovo un gruppone e io lotterò con i miei pensieri come sempre, credo che la differenza fondamentale a livello personale sarà che finalmente sarò proiettato al futuro, in pace con Stoccolma, finalmente pronto a ricominciare sul serio, senza tante uscite di emergenza. Vado a lasciarmi da Stoccolma senza drammi, come due morosi che si lasciano consapevoli di fare la cosa migliore ma che si spera rimangano in buoni rapporti ricordandosi sempre dei bei momenti assieme. Lasciarsi bene con le proprie esperienze.  

2 febbraio 2013

Lui, Sud Sudan (fere fere)


A volte sento che non potrei vivere in maniera diversa, voglio dire sapendo esattamente cosa è più giusto fare, e quando farlo. Credo che ad un certo punto ci si affezioni ai propri limiti, al proprio essere. Mi sembra fisiologico, forse un po’ pericoloso, ma tutto sommato accettabile. E piacevole, piacevole sapere che si può anche convivere con se stessi, che si può imparare gradualmente ad apprezzare quello che di buono si ha e quello che di buono si è.


 Sono due mesi che sono in Sud Sudan, la Svezia è lontana anni luce. Non sento tanto il cambio geografico, meteorologico o culturale, mi sembra più che altro di essere caduto in un abisso mentale  con preavviso ma alla fine ancora all’improvviso. Mi sento sospeso nel vuoto, in caduta libera, come se dovesse ad un certo punto arrivare uno schianto. Sono qui che aspetto l’impatto, aspetto di risvegliarmi e di capire finalmente cosa è successo. Ma comincio a capire che non arriverà nessuno schianto liberatorio. No, è tutto qua, era semplicemente un salto, una ripartenza. Sono tranquillo e riesco lucidamente a guardare all’esperienza Svezia, a questi quattro anni e passa, a questo pezzo di vita che inesorabilmente sta finendo, senza ansie.

Ho preso un’aspettativa di pochi mesi in Svezia e sono partito per una breve esperienza in Sud Sudan con il CUAMM, per un progetto di sanità pubblica. E ovviamente non mi sono bastati pochi mesi per capire cosa sia meglio per me, non so ancora oggi “cosa sia più giusto fare”, non conosco “la risposta”.  Non so se trasferirsi qui per anni sia proponibile, beh  in verità non credo proprio che passare il resto della mia vita ma anche solo una bella fetta di tempo in uno sperduto angolo del Sud Sudan sia la soluzione di tutto, non ora. Ma non è questo il punto, e tutto sommato l’ho sempre saputo che non avrei capito in poche settimane se effettivamente volevo tornare a fare per molto il vagabondo, l’ espatriato in giro per l’emisfero sud. Ma quello che ho capito è già molto, ho capito dopo poco che avevo bisogno di staccarmi definitivamente dal lavoro di Stoccolma per poter ricominciare a pensare in maniera sana e autonoma. Che è finito un piccolo ciclo  e che a volte bisogna avere il coraggio di fare le scelte meno facili.
 
Sono affezionatissimo a questi quattro anni e mezzo di Svezia, anni che ancora avranno fra l'altro una piccola spero piacevolissima appendice a Marzo per congedarmi diciamo affettuosamente. Sono stato bene, ho avuto, come tutti, momenti buoni e i meno buoni, ho passato giornate dure e giornate che mi sembrava di volare a un metro da terra, giornate che pensavo senza pudore di aver trovato il mio posto per sempre. Ho sofferto poi ho apprezzato, sul lavoro e fuori.  Mi sono invaghito di persone e situazioni, mi sono sentito spesso a casa anche semplicemente a passare una serata a Stora Essinge. Mi ha fatto bene fermarmi in un posto per unpò dopo tanto. Si, è vero, ho anche maledetto la Svezia, ho odiato il fatto di non essere in grado di comunicare in maniera semplice, ho protestato per freddo, abitudini, cibo e molto altro. 

Spesso ho sopportato, ma fa parte della natura umana credo. Rimane che non è la Svezia che ora lascio, ho imparato ad apprezzarla e alla fine rimarrà in un piccolo angolo del mio cuore perche mi ha dato la possibilità di conoscere un mondo fatto di natura, di praticità, di bellezza. La Svezia mi ha dato la possibilità di vivere una vita facile, in un certo senso esotica, mi ha tenuto anche vicino a casa, mi ha aperto una porta a un mondo vicino che non conoscevo. Soprattutto mi ha dato la possibilità di vivere una vita riservata e a tratti socievole, di farmi i  fatti miei ma anche di sentirmi solo quasi mai. Non è la Svezia che sento di dover lasciare ora, è il mio lavoro. Perché fino a che se ne ha la possibilità bisogna avere il coraggio di riconoscere quando non ci sono più le condizioni, interiori ed esteriori, per stare in una situazione. E’ come se fosse finito un amore, in un certo senso. Ho amato, odiato, litigato, mi sono riappacificato, ho sofferto, poi ho goduto, molte volte, del mio lavoro. Ma adesso era un anno che si trascinava una condizione di mal interpretazioni, di non comunicazione, di spiacevoli scontri. Soprattutto interiori, scontri interiori. Potrebbe cambiare tutto velocemente, lo so, ma non vedo perché aspettare. Bisogna avere il coraggio di lasciare a volte anche se non si è sicuri del dopo, se c’è il lusso di questa possibilità. Anche le situazioni lavorative sono il frutto di incontri nei momenti giusti, un po’ come con le persone. E in questo momento ho bisogno di cambiare, magari un giorno anche non tanto lontano cambierò idea e busserò di nuovo a questa porta, non lo escludo per niente. Ma adesso voglio solo dimenticare in fretta situazioni e persone che mi hanno fatto stare male.

Voglio continuare a volare senza schianti in arrivo e nel frattempo occuparmi un po’ di più di me . A cominciare da qui, da Lui, villaggio fra Lanye e Mundri, contea Mundri East, Western Equatoria. Sud Sudan. Un postaccio a cui mi sto già affezionando. Perché mi sto affezionando all’ idea di me in questo posto, sono recettivo e ben disposto a vivere questa cosa, a imparare, a rimettermi più che in gioco, in azione. A dover pensare, cavarmela, a dover interagire. Finalmente mi si rimettono in moto parti del cervello, e dello spirito,zone di me da troppo tempo addormentate e rinsecchite. Non so quanto tempo starò qua, sul serio non riesco a capire cosa sia la cosa migliore da fare, non lo dico per fare lo sbruffone.  C’è per esempio una forte sensazione di necessità di dare un cambio secco alla mia vita, di uscire dallo schema di videogioco in cui sono da 15anni e ripartire con qualcosa di totalmente diverso, magari una famiglia. Non ho nessuna improvvisa fretta ma terrò conto anche del fatto che certe cose si evolvono solo se ci sono alcune condizioni. Non si evolvono per forza, ma se non se ne ha voglia questo non capita di sicuro.. E in questo senso stare a Lui, nonostante l’entusiasmo sincero e la voglia di fare bene, so già che non aiuterà. E che è solo una tappa intermedia, quasi una via di uscita dal morboso stare a Stoccolma

Dovrò prendere  presto un’altra decisione, forse molto presto. Cerco di pensarci ogni tanto, poi cerco per assurdo di non pensarci per niente e di godermi questa nuova situazione fatta di tante piccole grandi cose. A livello personale e professionale. Un salto nel vuoto dopo tutte le certezze scontatissime di solo pochi mesi fa. Sono contento della mia piccola scelta, di questo primo passo,. Il resto in qualche modo verrà, ma dovevo lasciare quello che avevo prima. E’ evidente. E’ evidente per lo meno ora.

Fere Fere dicono qui, piano piano. Piano piano-capirò o forse semplicemente vivrò le situazioni nuove. Il difficile era saltare. Per ora non sono particolarmente preoccupato per il futuro, forse lo dovrei essere di più, ma non mi riesce.Sono troppo occupato a sentirmi di nuovo vivo qui, con la mia nuova moto cinese, con la terra rossa, con i giri per i centri di salute in compagnia di personaggi che sembrano essere usciti da racconti. Con le partitine di calcio alla sera con i ragazzi del villaggio che indossano le maglie del Padova regalateci, con la mia nuova “famiglia” con cui condivido una vecchia casona ai limiti del villaggio.
Con l’idea di sviluppare un’unità di sanità pubblica locale, il complesso difficile progetto tubercolosi, la nodding disease, la tripanosomiasi, le paste al peperoncino la sera tardi, la veranda da cui vedo il sole albeggiare, le notti stellate, i pranzi in ospedale con gli altri espatriati, le foto, i sorrisi, le scarpe da calcio da trovare, il GPS da imparare ad usare, i fagioli, il riso e le erbette, le birrette Nile a fine giornata, le mie crisi di solitudine che mi fanno scappare una mezzoretta da un’altra parte a pensare. Troppo occupato da queste piccole grandi cose, troppo occupato da questi piccoli grandi incontri per preoccuparmi seriamente del futuro. Ma lo farò presto perché ho intenzione di prenderlo e dirigerlo per quello che posso, senza aspettare inutilmente e senza dovermi per forza adattare. Ma mi adatterò anche se sarà necessario, questo lo tengo sempre a mente.

Perché alla fine si tratta semplicemente di una vita, come tante altre, lo so. Ma  non voglio passarla tutta pensando a quale sia la cosa migliore da fare e quando il momento giusto per fare questa cosa giusta. Mi sto consumando la testa. Come canta qualcuno, mi sento “orfano di una chiara traiettoria”, si. Però si possono sempre fare cose e poi aggiustare la traiettoria in volo. Alla fine, se ci si stanca di pensare,  è anche una questione di  fare o non fare. Altrimenti non succede molto. Ci voglio provare, un passo alla volta. Appunto, fere fere. Che non vuol dire lentamente, ma un po’ alla volta, a piccoli scatti non troppo bruschi. Primo scattino, Solna-Lui.